Una colossale ignoranza giuridica. Una pesante strumentalizzazione politica. Una pericolosissima provocazione in un momento molto delicato.
Gianni Alemanno e Roberto Maroni si stanno assumendo delle responsabilità molto gravi, giocando col fuoco della protesta studentesca che la settimana prossima tornerà a scaldare le vie di Roma. Il ministro della giustizia dà corso e forma all’ingerenza nei confronti delle cinque corti di giustizia che giovedì hanno scarcerato i ventidue fermati durante gli incidenti di Roma, ma almeno lui utilizza uno strumento legittimo.
Gli altri due hanno gravemente scartato dai rispettivi ruoli.
Soprattutto Alemanno, che per di più proprio non ha titolo personale, con la sua storia, per incitare a infierire con la galera su giovani che potrebbero dargli lezioni su come ci si comporta a vent’anni.
Un uomo che è stato protagonista della violenza politica nella città che si trova ad amministrare non può speculare in modo così vergognoso.
Nessuno a Roma, prima dell’altroieri, aveva mai sentito parlare di Riccardo Li Calzi, Matteo Angius, Anna Chiara Mazzani: e per forza, visto che prima di finire nell’inferno di via del Corso erano solo studenti, precari, artigiani, ragazzi politicamente attivi ma estranei alle manifestazioni di violenza che pure nella capitale non sono mancate recentemente.
Quando i giudici se li sono trovati di fronte, in alcuni casi anche con il corredo di video che ne documentavano il fermo, hanno preso l’unica decisione possibile. Anzi, giusta, quando non si può elevare alcuna accusa specifica nei confronti di una specifica persona. «Serviva un segnale per spiegare ai romani che le forze dell’ordine avevano davvero bonificato la parte tossica del corteo», scrive Massimo Martinelli sul Messaggero, deprecando le scarcerazioni. È però evidente che la “bonifica” non è avvenuta; che le forze dell’ordine sono rimaste spiazzate dalle dimensioni del corteo di martedì e che (non per colpa loro) non sono mai riuscite a distinguere e fermare i più violenti; e che, infine, i fermati non rappresentavano la parte tossica del corteo ma semmai la più ingenua.
Avrebbe voluto Martinelli che pagassero lo stesso col carcere, «per dare un segnale»? Lui sicuramente no. Alemanno, Maroni, i giornali della destra becera e anche un intruso di nome Brunetta, sì. Perché ai fondamenti della civiltà giuridica preferiscono la logica selvaggia del colpirne uno per educarne cento.
Ma se Riccardo Li Calzi e gli altri erano “nessuno” fino all’altroieri, quando l’attuale sindaco di Roma aveva la loro età era invece molto ben conosciuto a Roma. Dalla polizia politica, dai magistrati, dagli avversari.
Allora guardiamo ai rispettivi contesti.
Questi ragazzi (questi ragazzi specifici di cui si parla e che si sarebbe voluto tenere in galera) sono un bene di passione politica che la democrazia dovrebbe tutelare, da se stessi e dalla violenza. L’Alemanno fermato, processato tre volte e anche per breve tempo detenuto, era, ai suoi tempi, un duro, esperto e non pacifico leader di piazza, che sfidava con comportamenti border-line la giustizia borghese i cui principi oggi stravolge a danni altrui.
La sua carriera successiva si basa su una spericolata contaminazione fra rivendicazione dell’estremismo giovanile e accettazione delle regole della democrazia. In questo periodo si trova in grave difficoltà, perché la mentalità tribale sua e della sua gens s’è trasformata in famelico assalto lottizzatorio: situazione dalla quale cerca di titarsi fuori sulla pelle di qualche poliziotto e qualche ragazzino.
Definitivamente, di Gianni Alemanno una sola cosa merita rispetto: i romani che l’hanno votato. A patto che ci ripensino presto, però.
Gianni Alemanno e Roberto Maroni si stanno assumendo delle responsabilità molto gravi, giocando col fuoco della protesta studentesca che la settimana prossima tornerà a scaldare le vie di Roma. Il ministro della giustizia dà corso e forma all’ingerenza nei confronti delle cinque corti di giustizia che giovedì hanno scarcerato i ventidue fermati durante gli incidenti di Roma, ma almeno lui utilizza uno strumento legittimo.
Gli altri due hanno gravemente scartato dai rispettivi ruoli.
Soprattutto Alemanno, che per di più proprio non ha titolo personale, con la sua storia, per incitare a infierire con la galera su giovani che potrebbero dargli lezioni su come ci si comporta a vent’anni.
Un uomo che è stato protagonista della violenza politica nella città che si trova ad amministrare non può speculare in modo così vergognoso.
Nessuno a Roma, prima dell’altroieri, aveva mai sentito parlare di Riccardo Li Calzi, Matteo Angius, Anna Chiara Mazzani: e per forza, visto che prima di finire nell’inferno di via del Corso erano solo studenti, precari, artigiani, ragazzi politicamente attivi ma estranei alle manifestazioni di violenza che pure nella capitale non sono mancate recentemente.
Quando i giudici se li sono trovati di fronte, in alcuni casi anche con il corredo di video che ne documentavano il fermo, hanno preso l’unica decisione possibile. Anzi, giusta, quando non si può elevare alcuna accusa specifica nei confronti di una specifica persona. «Serviva un segnale per spiegare ai romani che le forze dell’ordine avevano davvero bonificato la parte tossica del corteo», scrive Massimo Martinelli sul Messaggero, deprecando le scarcerazioni. È però evidente che la “bonifica” non è avvenuta; che le forze dell’ordine sono rimaste spiazzate dalle dimensioni del corteo di martedì e che (non per colpa loro) non sono mai riuscite a distinguere e fermare i più violenti; e che, infine, i fermati non rappresentavano la parte tossica del corteo ma semmai la più ingenua.
Avrebbe voluto Martinelli che pagassero lo stesso col carcere, «per dare un segnale»? Lui sicuramente no. Alemanno, Maroni, i giornali della destra becera e anche un intruso di nome Brunetta, sì. Perché ai fondamenti della civiltà giuridica preferiscono la logica selvaggia del colpirne uno per educarne cento.
Ma se Riccardo Li Calzi e gli altri erano “nessuno” fino all’altroieri, quando l’attuale sindaco di Roma aveva la loro età era invece molto ben conosciuto a Roma. Dalla polizia politica, dai magistrati, dagli avversari.
Allora guardiamo ai rispettivi contesti.
Questi ragazzi (questi ragazzi specifici di cui si parla e che si sarebbe voluto tenere in galera) sono un bene di passione politica che la democrazia dovrebbe tutelare, da se stessi e dalla violenza. L’Alemanno fermato, processato tre volte e anche per breve tempo detenuto, era, ai suoi tempi, un duro, esperto e non pacifico leader di piazza, che sfidava con comportamenti border-line la giustizia borghese i cui principi oggi stravolge a danni altrui.
La sua carriera successiva si basa su una spericolata contaminazione fra rivendicazione dell’estremismo giovanile e accettazione delle regole della democrazia. In questo periodo si trova in grave difficoltà, perché la mentalità tribale sua e della sua gens s’è trasformata in famelico assalto lottizzatorio: situazione dalla quale cerca di titarsi fuori sulla pelle di qualche poliziotto e qualche ragazzino.
Definitivamente, di Gianni Alemanno una sola cosa merita rispetto: i romani che l’hanno votato. A patto che ci ripensino presto, però.

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