di Tommaso Caldarelli
Tutti i motivi del no al ddl di riforma degli atenei.
PROTESTE DI PIAZZA – Gli studenti da mesi sono in piazza contro questa riforma. Assemblee negli atenei, università occupate, tetti presidiati da ricercatori e studenti. Cortei imponenti, alcuni violenti, come quelli del 14 dicembre scorso in cui il centro di Roma è stato messo a ferro e fuoco dalla mobilitazione studentesca; o colorati e alternativi, come quello che ieri ha sconfitto ogni paura di rinnovate violenze sfilando pacificamente nelle periferie di una Roma che si era attrezzata per un vero e proprio assedio. I punti controversi della riforma che oggi sarà approvata sono moltissimi: praticamente su ogni sostanziale riforma contenuta nel Ddl all’esame dell’aula di palazzo Madama il movimento studentesco mostra di dissentire: e ieri è riuscito ad illustrare il suo disappunto persino a Giorgio Napolitano, che ha ricevuto una delegazione di studenti al Quirinale.
QUESTIONE DI SOLDI – Prima e principale pietra dello scandalo è il reddito. Stando a quanto spiega la pratica scheda riassuntiva della riforma pubblicata oggi sulla Stampa, il problema è l’accoppiamento dell’introduzione del nuovo e fantomatico “fondo per il merito”, per ora totalmente definanziato, e la contemporanea riduzione dei fondi destinati al sostegno alle borse di studio basate sul reddito.
Le borse di studio saranno affiancate da una novità, il fondo per il merito. Il fondo permetterà di premiare coloro che lo meriteranno ma a prescindere dal reddito. Si dovrà superare un test nazionale standard che sarà una verifica della reale capacità di comprensione della lingua scritta, di ragionare e risolvere i problemi. Ogni anno saranno scelti i migliori 1.000 studenti alla fine delle superiori e offerte generose borse di studio per andare a studiare nella università migliori anche se lontane da casa, afferma il governo. Chi critica la riforma sa che si tratta finora di una promessa priva di fondi. Per stanziarli sarà necessario un provvedimento ad hoc oppure, come spera il governo, anche un finanziamento da parte delle aziende, probabilmente le stesse che saranno entrate a far parte del cda. Inoltre sono stati tagliati gran parte dei fondi delle borse di studio che invece vengono date a chi ha un rendimento scolastico buono ma anche reddito basso.
In questo senso, dunque, potrà accedere al sostegno al diritto allo studio solo chi dimostrerà di essere meritevole indipendentemente dalla sua condizione economica di partenza. Davvero un nodo controverso questo, su cui si basa gran parte della protesta studentesca, che sottolinea come questo aspetto renda la riforma un parallelo di quanto voluto dalla Confindustria e come, con l’inserimento di questa previsione, l’intero Ddl inizi a puzzare di legge di classe. Peggiora la situazione l’attuale impossibilità di finanziare il fondo per il merito, nonchè la speranza, da parte del governo, che i privati che saranno cooptati nel Cda delle Università accettino di finanziare il fondo: così, dicono gli studenti, è probabile che tenteranno, in cambio, di pilotare il sostegno agli studenti – d’altronde, alla fine della fiera, saranno loro ad erogarlo - costringendoli a scegliere i corsi di studio a loro funzionali, e s’intende: difficilmente una banca avrà piacere nel finanziare uno studente che vuole studiare filosofia teoretica. Alla base delle proteste, dunque, un serio problema di finanziamento della riforma voluta dal Ddl.
IL PRIVATO IN CASA – Problematico anche il nodo della governance degli atenei.
Il Senato accademico avrà poteri molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà invece il consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per le assunzioni e delle spese. All’interno del cda ci saranno almeno 3 membri esterni su 11. Il presidente potrà essere un esterno. Il governo intende in questo modo rendere più ricca l’offerta degli atenei, gli studenti hanno reagito bocciando la riforma perché si tratta di una privatizzazione. Infatti – dicono – il senato accademico (organo elettivo, che elegge rappresentati di tutte le categorie all’interno dell’università) viene esautorato di gran parte dei propri poteri e viene posto al di sotto del cda dove la rappresentanza esterna può assumere un peso determinante. Il ddl prevede infatti l’ingresso obbligatorio non semplicemente facoltativo di un numero minimo di componenti esterni, in rappresentanza degli interessi privati.
Il peso determinante dei privati nella struttura principale della governance degli atenei, dunque, consente ai protestanti di parlare di una vera e propria privatizzazione dell’università italiana. Anche perchè, come abbiamo visto, essendo i privati incoraggiati a sovvenzionare il fondo di sostegno per il diritto allo studio, saranno anche in grado, dicono gli studenti, di pilotare la didattica dell’università, in violazione del diritto costituzionale di libero insegnamento ed apprendimento. In generale dunque, il fatto che investitori qualificati come banche o istituti assicurativi, magari attraverso una delle tante fondazioni bancarie che funzionano da propaggini mecenatiche degli istituti di credito, entrino nella governance dell’Università italiana, proprio non piace agli studenti in piazza. “Viva l’Università libera e pubblica”, cantano i manifestanti.
RICERCA – Scompare il ricercatore come figura professionale autonoma, spiega la Stampa.
I ricercatori non avranno più contratti a tempo indeterminato. Saranno assunti soltanto con contratti a tempo determinato per una durata massima di sei anni. Se al termine verranno assunti diventeranno professori associati altrimenti dovranno lasciare l’insegnamento e trovare un’occupazione diversa. Gli anni da ricercatori potranno rappresentare un titolo valido in caso di concorsi pubblici o come esperienza da inserire in un curriculum. Chi protesta avverte che la quantità di ricercatori da assumere a questo punto dipende non solo dalla performance dei ricercatore ma anche dai soldi a disposizione delle università che i tagli hanno drasticamente ridotto. E, poi, che fine faranno i ricercatori a tempo indeterminato che sono stati assunti prima della riforma? Si creerà una guerra tra poveri perché gli atenei potrebbero preferire assegnare il posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più anzianità con contratto a tempo indeterminato.
Sebbene in molti paesi del mondo la figura professionale del “ricercatore a tempo indeterminato” non esista, altrove però i contratti di ricercatore sono fissati per periodi di più lungo respiro, intorno ai 10 anni rinnovabili per altri 10, dunque in linea di massima garantiscono una prospettiva di stabilità molto maggiore rispetto ad un colpo secco di sei anni, stante poi la costrizione ad accedere alla docenza per continuare la carriera accademica. Non è poi affatto detto – spiegano i protestanti – che un ricercatore voglia diventare professore. Magari vuole semplicemente continuare a fare ricerca, e questa riforma glielo impedisce, mandandolo a casa. Sulla guerra fra poveri che la riforma rischia di creare, poi, le parole del quotidiano torinese non necessitano di ulteriori chiarimenti: si andrebbe a creare un doppio binario nelle università molto simile a quello che c’è nel mondo del lavoro italiano, con soggetti appartenenti ad un vecchio ordinamento e soggetti appena entrati nel nuovo che entrano in conflitto per lo stesso posto di lavoro.
DOCENTI – Non va, secondo le proteste, neanche l’abilitazione nazionale alla docenza, che, come abbiamo visto, è lo sbocco obbligato del percorso di ricercatore.
Al posto di sostenere il concorso i futuri nuovi docenti associati e ordinari dovranno innanzitutto essere inseriti sulla base dei loro titoli e pubblicazioni in una lista di abilitazione scientifica nazionale. Sarà valida per quattro anni e realizzata da una commissione composta da quattro professori scelti su sorteggio. La selezione vera e propria avverrà in una seconda fase da parte delle singole università che sceglieranno il candidato ideale all’interno dei nomi presenti in lista. Chi protesta sostiene che in realtà le università potranno così scegliere liberamente i docenti e non ci sarà alcun ordine basato sul merito. L’abilitazione verrà concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici (non previsti dalla legge). Tutti i posti saranno assegnati solo ed esclusivamente tramite chiamata diretta, e la commissione delegata a chiamare sarà composta da 4 membri del dipartimento che ha richiesto il nuovo docente.
Secondo i manifestanti, l’ipotesi di base, ovvero di un concorso nazionale, viene nei fatti vanificata dal secondo livello di scelta. Se questa specifica riforma viene presentata come l’abolizione e la risoluzione del problema del baronato nelle Università, il secondo passaggio in forza del quale i singoli atenei potranno poi pescare fra gli abilitati a livello nazionale quali professori assumere farebbe rientrare dalla finestra ciò che si era provato a far uscire dalla porta, anche perchè l’assunzione a chiamata diretta da parte dei membri del dipartimento assegnerebbe in realtà molto più potere ai baroni che infestano l’università italiana.
PARENTOPOLI – Contestata anche la seconda disposizione che, nelle intenzioni dei proponenti, vorrebbe abolire i baronati e la parentopoli nelle Università.
Esiste un solo limite alle chiamate dirette di futuri docenti dalla lista nazionale. Non potranno essere scelti parenti fino al quarto grado, ovvero fino ai cugini, di chi lavora all’interno dello stesso dipartimento di un ateneo. All’interno di una stessa università invece non potranno essere assunti i parenti del rettore, del direttore generale e dei componenti del cda. Chi protesta ricorda che non sono stati previsti limiti per un altro tipo di parentopoli molto diffusa, quella tra marito e moglie. E che comunque i parenti assunti nello stesso dipartimento sono una parte limitata del fenomeno. Quella più diffusa prevede accordi incorciati per sistemare i rispettivi raccomandati in altre sedi. Oltretutto i rettori sono del tutto deresponsabilizzati. Potranno rimanere in carica un solo mandato: chi vuole fare giochi di potere non ha nemmeno il problema della rielezione a creare un eventuale limite.
Accanto ai rilievi riportati dalla Stampa, le proteste si concentrano anche sul considerare che lo stesso impianto della disposizione sembra sconclusionato. Una norma d’imperio come quella che la Gelmini propone impedirebbe, per assurdo, al figlio di professore autenticamente capace e meritevole di accedere alla docenza nell’Ateneo sotto casa solo perchè figlio di docente o di carica già presente nell’Università, ovvero per colpa non sua. “Impianto populista e demagogico”, si sente dire nelle assemblee: un giovane figlio di docente veramente brillante per suo merito non avrebbe così la possibilità di essere valutato per quel che è, ma dovrebbe scontare, almeno nella fase iniziale della sua carriera, il peso di un cognome che non ha scelto e che condizionerà il suo percorso professionale. “Liberticida”, è il giudizio.
RAZIONALIZZAZIONE – Gli atenei saranno invogliati ad accorparsi, per evitare, nelle intenzioni del governo, la proliferazione delle sedi.
Diminuiranno drasticamente università, facoltà e corsi di studio. E’ una delle norme su cui il governo punta per ridurre gli sprechi e liberare risorse da destinare al merito. Potranno unirsi università vicine in modo da limitare i costi. E diminuiranno i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). E le facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo. In realtà gli addetti al settore sostengono che gli atenei vengono solo invitati a fondersi, che i settori scientifico-disciplinari sono i codici attribuiti ai diversi esami e che quindi la loro riduzione non porterà grosse modifiche. Il limite sulle facoltà può essere aggirato con un forte accentramento delle facoltà ed il mantenimento delle diverse discipine come dipartimenti. Anche in questo caso il risultato finale potrebbe non essere molto diverso.
Una tale riforma, in parte, è stata già attuata. Il rettore della Sapienza, Luigi Frati, ha ritenuto di anticiparla: l’ateneo romano, tartassato dai debiti, nel corso dell’anno ha affrontato una imponente razionalizzazione. I corsi di laurea sono stati accorpati, col risultato che ora, formalmente, il corso di laurea in Statistica – ad esempio – afferisce ad un ateneo federato che contiene anche i corsi in Sociologia e Scienze della Comunicazione. Senza che, però, nulla sia cambiato in materia di posti a cattedra e corsi di laurea: un rimescolamento delle carte solo formale che non cambia nulla.
STIPENDI – Ultima novità della riforma è quella che attiene agli scatti di anzianità, che ora saranno concessi anche e congiuntamente per merito, spiega la Stampa: la legge assegna la delega ai decreti attuativi per la formalizzazione dei criteri, dunque, anche su questo tema, la riforma in realtà non decide nulla di nuovo: e anzi, il rischio di arbitrio è un pericolo ben probabile.
Finora lo stiupendio aumentava secondo gli scatti di anzianità dunque indipendentemente dal merito. La riforma invece introduce gli scatti di merito sia per gli associati che per gli ordinari. La valutazione di chi premiare sarà effetttuata da nuclei formati da professori interni ed esterni che avranno il compito di giudicare il lavoro di ricerca dei docenti.Ci sono 18 milioni per il 2011, 50 per il 2012 e altrettanti per il 2013. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi. I critici sostengono che su questa misura non si sa altro, che è tutto affidato ai decreti attuativi e che quindi non è chiaro sulla base di quali criteri verranno realizzate le valutazioni. Si passa quindi da elementi obiettivi e validi per tutti come quello dell’anzianità, ad altri del tutto soggettivi e rispetto ai quali finora è tutto ancora indefinito.




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