di Dario Ferri
Il ministro attacca Saviano? Il legame politica crminalità al Nord esiste. Le ultime inchieste sono lì a dimostrarlo.
Al ministro degli Interni Roberto Maroni le parole dell’autore di Gomorra sulla ‘ndrangheta non sono affatto piaciute: “Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega“, ha detto oggi Roberto Maroni replicando allo scrittore che nella seconda puntata di Vieni via con me, la trasmissione di Raitre condotta insieme a Fabio Fazio, aveva accusato il partito del Nord di essere in qualche modo in contatto con la grande criminalità organizzata.
‘NGRANGHETA E LEGA – “La ‘ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega“, ha raccontato Saviano nel suo monologo. Sottolineando: “La Lega da sempre ha detto che non vuole qui le manette o la repressione ma non basta, perché sono i soldi legali che irrorano questo territorio, è lì che il fenomeno deve essere contrastato“. Lo scrittore prendeva di mira anche l’ideologo padano Gianfranco Miglio, accusandolo di aver teorizzato il “mantenimento della mafia e della ‘ndrangheta“. Saviano, nello specifico, ha citato un brano in cui l’ex senatore della Lega sottolineava la necessità di costituzionalizzare “alcune manifestazioni tipiche del sud hanno“. “Insomma – spiegava ieri Saviano – Miglio diceva che le mafie devono essere costituzionalizzate“. Maroni non ci sta: “Chiedo risposta – ha affermato oggi il ministro – anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere essere smentite“. “Non c’è neanche bisogno – ha poi spiegato - di replicare ora nel merito, ma chi ha sentito ieri sera Saviano parlare senza contraddittorio potrebbe essere indotto a pensare che in quelle parole c’è qualcosa di vero e siccome non è così voglio poter replicare a quelle stupidaggini“.
MAFIA E POLITICA – Se dalle parti del programma si sentono con la coscienza a posto e invitano Maroni a querelare, un motivo ci sarà. E’ tutto scritto lì, nelle carte delle Procure e dell’Antimafia che parlano di un forte radicamento nel tessuto economico del nord di uomini, mezzi e metodi criminali tipici delle grandi organizzazioni mafiose che dal Sud estendono i loro tentacoli nelle zone più ricche d’Italia e d’Europa. La ‘ndrangheta, a Milano e in Lombardia, c’è. Reinveste, fa soldi, sporca la politica. Gli oltre trecento arresti del blitz calabro-lombardo di luglio scorso confermano la drammatica realtà. Intimidazioni, usura, estorsioni, ma anche appalti ed elezioni di uomini compiacenti, al Nord esistono. Di questo parlano giudici e forze dell’ordine. Di grandi affari sporchi esportati laddove l’economia è fiorente. Come quello dei rifiuti tossici, ad esempio. I periti delle Procure nelle settimane scorse hanno parlato di “bombe ecologiche e sanitarie” a Santa Giulia, “città satellite finanziata dai banchieri e venduta ai big del mattone come simbolo della Milano del futuro” raccontava l’Espresso. Ai piedi della nuova città ci sarebbero un sistema di discariche abusive capace di contaminare le acque delle prime falde. Le indagini le collegano ai più pericolosi tra i clan calabresi, come i Nirta Strangio, quelli della strage di Duisburg.
COME IN CALABRIA – Le manette scattate in seguito al lavoro dei pm di Reggio Calabria e Milano in estate hanno smascherato ben 15 strutture mafiose nel capoluogo milanese, capace di penetrare nei grandi affari di mezza regione: edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, prestiti ad usura, droga. Un giro di soldi immenso capace di tirare nel proprio vortice oltre ad imprenditori, piegati con la violenza o sedotti dal denaro, anche professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca. E, inevitabilmente, anche loro: i politici. Tra i tanti, non a caso, è finito in manette Carlo Antonio Chiarico, direttore sanitario dell’Asl di Pavia, che si vantava di essere “uno dei capi della ‘ndrangheta” nel capoluogo di provincia e considerato “manager di fiducia della giunta Formigoni“. Il modus operandi di Chierico era una sorta di modello per compiere una scalata politica dal Comune di Milano alla Regione, dalla Regione al Parlamento, grazie anche e soprattutto ai piccoli feudi di provincia dove le cosche chiedono favori in cambio dei voti di migliaia di calabresi. “Nelle intercettazioni – ricordava l’Espresso – i boss brigano per eleggere decine di politici milanesi e nazionali, primo fra tutti Abelli. Tra Pavia e Milano la Procura è arrivata a contestare il reato di “condizionamento mafioso delle elezioni’“.
DIMISSIONI INGIUSTIFICATE – A Desio, capitale lombarda del mobile, la settimana scorsa tre assessori leghisti si sono dimessi senza spiegazioni. I motivi sono imbarazzanti: le indagini avrebbero scoperto un “locale” dei clan reggini di Melito Porto Salvo. Nessuno è indagato, ma negli atti degli inquirenti si legge che il coordinatore cittadino del PdL, Natale Morrone, avrebbe chiesto al presunto boss Pio Candeloro, un’azione violenta contro un avversario politico, Rosario Perri, dal 2009 assessore della neonata provincia di Monza e Brianza, risparmiato poi da ogni tipo di offesa perché “appoggiato da persone di evidente rispetto“. Si tratta solo di suggestione? Sembra un dejavù. Quattro mesi fa nell’ambito dell’inchiesta ribattezzata Il crimine, emergeva l’esistenza in Lombardia di una “camera di controllo” deputata al raccordo tra le strutture lombarde e calabresi della ngrangheta. Erano 160 gli affiliati individuati in Lombardia, ma a detta degli stessi indagati “ne sarebbero operativi 500“. Un esercito che tenta di mettere le mani sugli appalti dell’Expo 2015 attraverso importanti aziende lombarde operanti nel settore edile che versano in condizioni di difficoltà economica. La procura parlava di “mutazione genetica” che sposta gli interessi delle ‘ndrine dalle attività classiche, dal traffico di droga agli omicidi, a un “controllo sistemico con infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche” e che trasforma la ‘ndrangheta in una Spa. Proprio quello cui faceva riferimento Saviano.
http://www.giornalettismo.com/
DIMISSIONI INGIUSTIFICATE – A Desio, capitale lombarda del mobile, la settimana scorsa tre assessori leghisti si sono dimessi senza spiegazioni. I motivi sono imbarazzanti: le indagini avrebbero scoperto un “locale” dei clan reggini di Melito Porto Salvo. Nessuno è indagato, ma negli atti degli inquirenti si legge che il coordinatore cittadino del PdL, Natale Morrone, avrebbe chiesto al presunto boss Pio Candeloro, un’azione violenta contro un avversario politico, Rosario Perri, dal 2009 assessore della neonata provincia di Monza e Brianza, risparmiato poi da ogni tipo di offesa perché “appoggiato da persone di evidente rispetto“. Si tratta solo di suggestione? Sembra un dejavù. Quattro mesi fa nell’ambito dell’inchiesta ribattezzata Il crimine, emergeva l’esistenza in Lombardia di una “camera di controllo” deputata al raccordo tra le strutture lombarde e calabresi della ngrangheta. Erano 160 gli affiliati individuati in Lombardia, ma a detta degli stessi indagati “ne sarebbero operativi 500“. Un esercito che tenta di mettere le mani sugli appalti dell’Expo 2015 attraverso importanti aziende lombarde operanti nel settore edile che versano in condizioni di difficoltà economica. La procura parlava di “mutazione genetica” che sposta gli interessi delle ‘ndrine dalle attività classiche, dal traffico di droga agli omicidi, a un “controllo sistemico con infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche” e che trasforma la ‘ndrangheta in una Spa. Proprio quello cui faceva riferimento Saviano.
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