giovedì 11 novembre 2010

Camerata Alemanno, fisco fascista a rapporto!

di Alessandro D'Amato (Gregorj)
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Dal conservatorismo compassionevole al conservatorismo ottusamente compassionevole. Sulla strada già tracciata da quel condottiero della storia che fu George W. Bush – e ricordandolo anche un po’ nello sguardo, parimenti fesso – il sindaco de Roma Gianni Alemanno ieri ha confessato al popolo perché, sotto sotto quella malsana idea che qualcuno gli ha messo in testa – di succedere a Berlusconi fregando tutti al momento giusto – rimane un fascista.
Egli ieri ha così enunciato una perla di politica economica che ne fanno una delle attrazioni principali della Roma del 2010, dove ormai lo chiamano in ogni piazza e un drappello nutrito di amanti del trash è solito stare ad ascoltarlo, mentre dice cazzate.
Sostiene Alemanno: “Bisogna sfuggire alla tentazione di voler dare tutto a tutti, e quindi ai gay e ai single, altrimenti non faremo mai politiche familiari. Bisogna concentrarci sulla famiglia della Costituzione formata da un uomo e una donna che fanno figli. Questo non vuol dire però discriminare le altre persone, vuol dire che la difesa dei diritti individuali non sono politiche familiari”. No, mica: sentite bene qui: “Per favorire gli sgravi fiscali nei confronti delle famiglie numerose è giusto tassare maggiormente i single e le famiglie con pochi figli, visto che non ci sono le risorse per abbassare le tasse a tutti”.

Ora, se il sindaco sta annunciando al popolo che le famiglie con tre figli, ad esempio, pagheranno meno tasse, sarebbe bene che qualcuno lo tranquillizzasse: è già così. Se invece intende dire che il suo progetto è tassare la gente non in base al reddito ma secondo quanta prole di piccoli balilla essa genera, spiace ricordarglielo: non si può fare.
In primo luogo, perché sarebbe incostituzionale, ma mi rendo conto che questo, per uno come lui, non è un gran problema. In secondo luogo, perché implicitamente costringe (o meglio: incentiva) a una scelta (sposarsi, fare più di un figlio) che invece i cittadini dovrebbero essere liberi di poter effettuare. Il che, ad occhio, pare un po’ fascista. E mi rendo conto che anche questo per lui non sarebbe un dramma.
Ma il sindaco lo dice dopo, quello che intende: nulla di fascista, vuole il quoziente familiare (che contempera reddito e numerosità dei nuclei familiari). Bene, allora bisogna tener conto che in quel sistema “il vantaggio fiscale aumenta col crescere del reddito, favorendo i nuclei con reddito elevato e creando un potenziale problema di equità verticale che può però essere corretto con opportune integrazioni”, e che “il quoziente familiare crea distorsioni nelle scelte lavorative del coniuge con reddito più basso (di solito la donna, ndr). Trasferisce infatti su quest’ultimo parte del carico fiscale, mentre con un sistema di tassazione individuale, come quello vigente, l’imposta si applica separatamente al reddito di ciascun componente della famiglia”.
E l’Italia è già uno dei paesi in cui le donne lavorano di meno. Poi, ci sarebbe anche da ricordargli che, in un periodo di recessione o scarsa crescita un provvedimento del genere finirebbe per deprimere ulteriormente i consumi (perché le famiglie povere e numerose sono già indebitate), ma non è il caso di confondergli ulteriormente le idee. Meglio dargli ragione, come si fa ai matti, e salutarlo come piace a lui: “Eia, eia, quaquaraquà”.

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