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giovedì 16 dicembre 2010

Saviano, la Dolce Euchessina

Negli ultimi anni, ogni evento della storia della italiana non può definirsi tale se non viene battezzato da una “riflessione”, da un precone o da una lettera agli apostoli di Roberto Saviano.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Si verifica il fenomeno x. La Repubblica on Line allestisce lo spazio y, Saviano vi giustappone l’oggetto z, con z che assume valori nell’insieme discreto “articolo, lettera agli apostoli, riflessione, precone, raccolta di firme”.
Dopo gli incidenti di Roma, si scatena immediatamente il meccanismo testé descritto cosicché oggi chi si collega al sito repubblica.it può leggere, con moderata sorpresa, una lettera agli apostoli di Saviano: “Lettera ai ragazzi del movimento“.
Umberto Eco da grande scrittore e emerito semiologo, in uno dei suoi innumerevoli saggi, fornisce una regola aurea per titolare un racconto, un romanzo, uno scritto qualsiasi. Secondo Eco, il titolo non deve mai anticipare il contenuto. Anzi, deve disorientare, spiazzare il lettore che si deve avvicinare allo scritto con un’idea che deve essere stravolta dalla lettura. Ecco quindi che chi si accinge a leggere “Il Nome della Rosa” come se si trattasse di un saggio di botanica, si trova catapultato in un oscuro romanzo medievale saturo di citazioni latine e greche.
Saviano, probabilmente, non ha tempo di leggere i saggi di Eco (beato lui). Già dal titolo del suo intervento di oggi si intuisce la melassa che scorre copiosa a fiumi nel testo. Quel “Lettera ai ragazzi del movimento” suggerisce complicità, ma anche dissociazione. Saviano vuole parlare ai ragazzi, ma non ha niente a che fare con loro, non ha nemmeno il numero di telefono visto che gli scrive una lettera. Un po’ come un fratello maggiore, entrato in banca pure lui (cit.), che cerca di riportare sulla retta via i discoli monelli che fanno casino per la strada.
Quando poi si inizia a leggere, i toni si alternano tra il paternale, il compiacente e il saccente. Su tutto prevale l’uggia, li dejà vu, il consueto. La lettera di Saviano puzza di muffa, è vecchia. Nella redazione, che immagino frettolosa, lo stesso autore deve essersene accorto tanto è vero che si sente obbligato a rimarcare la sua età “[...] Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei [...] “.
Ma i ragazzi non sembrano tutti d’accordo. Nei commenti alla lettera si legge:
Caro Saviano difenderti (per quel che posso) dalla mafie e criticarti come intellettuale. Prova a compredere, leggi il pezzo di Bonini sulla Repubblica di oggi. Altrimenti che delusione, anche tu nel circo del pensiero unico. Allora, AMEN.
Che tristezza questa nuova missiva di Roberto Sviano. Trasuda spocchia e voglia di giudizio. La tanto decantata complessità dove finisce? La domanda è una: tu c’eri in piazza martedì? Io sì e ho vista la gioia di migliaia di persone. Non è vero che c’erano infiltrati e pochi imbecilli. In quella piazza c’era un’intera generazione, consapevole. Per questo fa paura, anche a quelli come te. Dici che gli arrestati piagnucolavano e chiamavano mamma. Che facevano delazione contro i loro compagni. Io ho solo visto la faccia di un ragazzino che sorrideva nonostante fosse su un blindato, e chissà cosa lo stava aspettando. Eppure rideva! Tu come fai ad affermare certe cose con tanta sicurezza? Eri in mezzo anche a quei poliziotti? Dici che gli infiltrati ci son sempre stati. Chi infiltra chi? Anche a questi livelli bisogna schierarsi. Tu l’hai già fatto, da tempo! Mi auguro che questa squallida presa di posizione -sempre con lo Stato- rischiari le idee a quanti ancora pendono dalle tue labbra
Con tutto il rispetto e la stima possibili per una grande persona come Saviano, stavolta mi trovo in totale disaccordo con le sue parole. La violenza è di stato e di governo quando questo si asserraglia nei palazzi del potere e non concede nulla al popolo, nemmeno di farsi vedere in faccia. Non accetta il confronto, ma continua nel suo mercimonio di voti per rimanere a galla, continua a promulgare leggi illiberali, continua a disintegrare lo stato sociale, continua a garantire l’impunità ai delinquenti “legalizzati” come banche e società finanziare che hanno generato una crisi che ora vorrebbero far pagare a noi! Continua a garantire la prosperità ad una minoranza di lestofanti, finanzieri, impiccioni e traffichini privi di etica e di moralità. Mentre il popolo degli onesti, lavoratori e studenti, è vessato dalle sue decisioni in ogni settore. Per tutto questo lo spazio delle parole, pure belle e sensate, ha il limite che essendo inascoltate ormai da troppo tempo, diventano RIVOLTA!
Lettera al ragazzo Saviano.Martedì ero in piazza.Chi sei per dire cosa è successo e cosa doveva succedere?Non eri li e lo si vede da quello che scrivi,sei un commentatore come tutti gli altri,che parla per sentito dire.Parli dell’allegria dei ragazzi del Book Block,ad esempio.Ma di quale allegria parli?Ma che film hai visto?Siamo coetanei io e te,com’erano coetanei nostri tanti dei ragazzi per strada martedì.Fai poco il professore.Prova a fare il gioco del silenzio e prova a pensare che le cose siano diverse da come le dipingono i giornali e la questura e da come le vuoi vedere tu.Il mio è un consiglio, perchè fuori dai Palazzi e dalle Redazioni, nel mondo Reale, sta succedendo ormai da tempo qualcosa che dovreste cercare di interpretare e non NEGARE.Siete voi che umiliate le complessità dei movimenti,quando semplificate un universo,un processo,una molteplicità di idee sogni e lotte e lo riducete a “scontro da stadio”.Stai chiudendo la porta in faccia a migliaia di persone.Pensaci.
Mi dispiace Saviano, conosco la tua lotta contro la mafia, ma quella lettera per me è sbagliata, non è giusta nel tempo in cui la scrivi, ormai molti di NOI si sentono impotenti nel vedere cio che sta succedendo in parlmaneto, c’è un partito monarchico al comando, dove il signor B per interessi personali sta portando l’italia (se gia non lo è) alla deriva dittatoriale, è ormai un Regime di fatto,le manifestazioni pacifiche servono anni fa quando i politici le osservavano e se vedevano il successo della manifestazione si mettono seduti ad un tavolo con i manifestanti e si trattava, ormai per la piccola cricca di berlusconi non è cosi, d’altronde non c’è nemmeno una opposizione, ormai i politici vivono su un altro pianeta, ormai siamo quasi tutti (movimenti in generale) stanchi, incazzati, sfiduciati da questi politici di professione che prendono stipendi 10 volte quello di un operaio normale, e sinceramente credo che da quel 14 dicembre pochi giorni fa il clima puo solo peggiorare
Certo, ci sono anche tanti che si dicono d’accordo, ma forse non sono i ragazzi, sono i papà, gli zii, i nonni, quelli a cui la solita pappa politicamente corretta piace, infonde sicurezza, tranquillizza.
Per chi ha la forza di leggere tutto il pippone trito e ritrito di Saviano c’è almeno un aspetto positivo: se si ha difficoltà ad espellere è meglio di una purga. Come la dolce euchessina, Saviano con questa lettera fa cacare.
Quando si diventa un riferimento della rete si entra nel vortice del “post a tutti i costi”. Qualsiasi cosa accada ci si sente obbligati a commentare, dire qualcosa anche se non si ha la minima idea di cosa dire. E’ successo anche a me, è per questo che ho praticamente distrutto questo sito facendolo diventare una sorta di spettro di quello che fu. Su quello che è successo a Roma non so cosa pensare, taccio. Saviano, invece, scongela un po’ di fesserie e le serve agghindate sul piatto di portata come un grande ristorante che rimane a corto di provviste e serve piatti precotti consapevole che la sua fama sarà sufficiente per far dire ai clienti di aver mangiato come angeli.
Ora, non resta che leggere la lettera. Ve la allego perché non vorrei che in una crisi di resipiscenza, Repubblica.it oscurasse la lettera privandoci per sempre della possibilità di agevolare naturalmente le nostre funzioni intestinali senza ricorrere a sostanze chimiche.
CHI LA LANCIATO un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.
Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un’altra Italia.
I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.
Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d’Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.
Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com’è possibile non riconoscerla? Com’è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.
Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada. Ma non è affatto difficile bruciare una camionetta che poliziotti, carabinieri e finanzieri lasciano come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada, e delatore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi compari. Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. E’ su questo che vorrei dare l’allarme. Non deve mai più accadere.
Adesso parte la caccia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è violento. Ci sarà la precisa strategia di evitare che ci si possa riunire ed esprimere liberamente delle opinioni. E tutto sarà peggiore per un po’, per poi tornare a com’era, a come è sempre stato. L’idea di un’Italia diversa, invece, ci appartiene e ci unisce. C’era allegria nei ragazzi che avevano avuto l’idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difenderci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall’istruzione. I ragazzi delle università, le nuove generazioni di precari, nulla hanno a che vedere con i codardi incappucciati che credono che sfasciare un bancomat sia affrontare il capitalismo. Anche dalle istituzioni di polizia in piazza bisogna pretendere che non accadano mai più tragedie come a Genova. Ogni spezzone di corteo caricato senza motivazione genera simpatia verso chi con casco e mazze è lì per sfondare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui gruppetti di poliziotti, che spesso in queste situazioni fanno le loro battaglie personali, sfogano frustrazioni e rabbia repressa. Cercare in tutti i modi di non innescare il gioco terribile e per troppi divertente della guerriglia urbana, delle due fazioni contrapposte, del ne resterà in piedi uno solo.
Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per – Dio solo sa la voglia di poter tornare a manifestare un giorno contro tutto quello che sta accadendo – abbiamo i nostri corpi, le nostre parole, i colori, le bandiere. Nuove: non i vecchi slogan, non i soliti camion con i vecchi militanti che urlano vecchi slogan, vecchie canzoni, vecchie direttive che ancora chiamano “parole d’ordine”. Questa era la storia sconfitta degli autonomi, una storia passata per fortuna. Non bisogna più cadere in trappola. Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l’ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos’è l’anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c’è chi li difende anche per loro, che c’è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l’Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.
Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l’unica battaglia che non possiamo perdere.

http://www.mentecritica.net/

Non abbiate paura di perdere. Si vince solo lottando!

di Anna Belligero
L’Italia è bloccata. Non si respirava un’aria così “pesante” dagli anni in cui la generazione che sta capeggiando questa rivolta non era neppure nata. Anni difficili, che non abbiamo vissuto, che ci hanno raccontato. Anni che a volte ci affascinano ed altre ci spaventano un po’. Anni che hanno visto un Paese bruciare, la politica tremare, la cultura rigenerarsi. Anni che non hanno prodotto tutto ciò che sarebbe stato necessario, evidentemente, per un mondo migliore di quello che c’era e che c’è.
Oggi questa generazione che continuano, per comodità, a definire P come precaria, è stanca non solo di questo, ma sopratutto di prendere lezioni da chi crediamo non abbia davvero nulla da insegnare. In un Paese attraversato da una crisi devastante, con la crescita economica ai minimi storici, con l’emergenza abitativa a livelli esasperati, con la politica sull’immigrazione tra le peggiori d’Europa, con una crescita costante e spaventosa della connessione tra politica e mafia, con il più alto tasso di ingerenza vaticana sulle vite delle donne e degli uomini, alla testa delle proteste ci sono solo gli studenti.
In realtà c’è una generazione che vuole eliminare lo sbarramento al proprio futuro. E che non si è fermata al primo ostacolo, e che non si è rinchiusa solo nei luoghi, fisici e simbolici, della propria condizione. Da settimane si occupano licei e università, ma anche tetti, luoghi simbolo della cultura delle più grandi città italiane, binari, autostrade, si occupa tutto. E lo si fa perché tutti capiscano che il problema non è un Ministero o una Ministra, ma l’intero Governo e il loro progetto di Paese e di futuro, che non risparmia nessuno. E prima di oggi l’hanno fatto solo studenti e studentesse e il mondo della conoscenza in generale, con ricercatori, docenti, precari della scuola e dell’università. Oggi però in Piazza a Roma c’è di più. Ci sono i migranti, i comitati per la casa, i cittadini di Terzigno e quelli dell’Aquila, e forse non era nemmeno così scontato.
Ed è per questo, a maggior ragione, un ottimo risultato: è la buona riuscita di un conflitto che è partito dal disagio di una parte, per investire il tutto. Se il movimento studentesco ha voluto “bloccare tutto” è anche per dire che non è solo questa martoriata generazione ad avere diritto al futuro e a sentirselo negare da una Riforma indegna, ma che c’è una classe politica, un Governo, dei responsabili, che stanno distruggendo qualunque cosa sia in grado, anche solo potenzialmente, di rappresentare una speranza, un esempio di democrazia e di uguaglianza, un anelito di libertà. Cancellare il sapere è cancellare passato e futuro in un colpo solo, relegandoci ad una sosta non voluta e troppo lunga in un presente stantio se non addirittura inutile, perché va vissuto “più veloce che si può”, perché ci costringe a non fare progetti, perché ci abitua alla logica del male minore, che in altre parole è la rassegnazione. E ci isola, ci rinchiude nel ghetto dei nostri piccoli bisogni che camuffiamo come desideri, ci fa vivere in uno stato di perenne precarietà, che, frammentando, aliena. E smettiamo di essere cittadine e cittadini, diventiamo sudditi, o tutt’al più protagonisti di scontri e divisioni sociali e culturali che impediscono anche solo di pensare che esista un mondo più giusto, più libero, migliore.
Il movimento degli ultimi mesi non avrà fatto cadere questo Governo, però ha insegnato al Paese che non esiste sofferenza che non possa essere intrecciata ad altre, che non si può e non si deve avere paura di perdere, che si vince proprio iniziando a lottare. E se il Governo ha avuto i numeri per andare avanti, non sappiamo per quanto, noi abbiamo i numeri e la voglia di continuare ad alimentare il conflitto sociale, e non ci fermeremo. Da oggi quelli più forti siamo noi, perché la fiducia nel nostro futuro non ce la toglie nessuno!

ANNA BELLIGERO
Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i

lunedì 6 dicembre 2010

Manifestazione a Montecitorio, il 14 dicembre

Il cartello "Uniti contro la crisi", formato da "Cgil che vogliamo", centri sociali e comitati di lotta, indice l'appuntamento di piazza nel giorno in cui il Parlamento discuterà la crisi. La conferenza stampa.
La sfiducia al Governo nasce da «una sfida personale» fra leader politici, mentre è il Paese reale che intende «sfiduciare l'esecutivo» il 14 dicembre: aggregando le diverse "emergenze" nazionali, "Uniti contro la crisì" lancia a Roma una manifestazione davanti a Montecitorio, per il giorno in cui in Parlamento si verificherà se esistono i numeri perchè Silvio Berlusconi vada avanti. Il movimento raccoglie i sindacalisti della Fiom, i centri sociali, gli studenti anti-ddl Gelmini, i movimenti antidiscarica campani di Giugliano, Terzigno e Chiaiano, i migranti "delle gru" di Brescia, gli operai di Pomigliano D'Arco, Melfi, Fincantieri, il collettivo 3 e 32 dell'Aquila. «Questa potrebbe essere la più grande manifestazione auto-organizzata della storia del Paese», ha detto in una conferenza stampa nella sede della Fnsi a Roma Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale Fiom. «Nessuna intenzione bellicosa - aggiunge Gianni Rinaldini, coordinatore nazionale de "la Cgil che vogliamo" - faremo una grande assemblea popolare. E non vorremmo trovarci di fronte una città blindata». «C'è un Paese che sta fondando una nuova idea di comunità - ha detto Luca Casarini -. Se il Premier dirà che per strada ci sono 'quelli dei centri socialì, sbaglierà di grosso. Come ha sbagliato sugli studenti, e lo sa».(ANSA). 

venerdì 3 dicembre 2010

Concetto Marchesi, Appello agli studenti, 1943

Studenti dell’Università di Padova!
Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall'offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio e al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.
Oggi il dovere mi chiama altrove.
Oggi non è più possibile sperare che l'Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo che - per la defezione di un vecchio complice - ardisce chiamarsi repubblicano vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori.
Nel giorno inaugurale dell'anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell'Aula Magna, travolti sotto la immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di vent'anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l'anima vostra. Ma quelli, che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il vostro grido e si sono appropriata la vostra parola.
Studenti: non posso lasciare l'ufficio del Rettore dell'Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano.
Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c'è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.
Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla schiavitù e dall'ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.

Il Rettore: Concetto Marchesi
(1° dicembre 1943)