martedì 22 febbraio 2011

Gheddafi: ''Non lascio la Libia, morirò da martire''


Il nuovo discorso del colonnello in tv. Attacca gli Usa e ricorda di aver sconfitto l'Italia. Spari sulla folla e bombe sull'aeroporto di Bengasi.

Angelo Angeli
Mentre nuove bombe piovono sui manifestanti gettando nel caos più cupo Tripoli, Muammar Gheddafi torna a parlare in tv.
“Non lascio il paese, morirò da martire”: queste le parole pronunciate oggi pomeriggio dal rais nella nuova apparizione televisiva.Un discorso lungo, ben più complesso del breve intervento (appena 22 secondi) della scorsa notte.
Il colonnello - da Tripoli - ha dunque spiegato che non ha alcuna intenzione di abbandonare la guida del suo paese. "Non sono un presidente e non posso dimettermi": ha chiarito subito. "Resterò a capo della rivoluzione fino alla morte".
Nessuna marcia indietro, dunque. Nè una parola su quelle riforme che secondo Al Arabiya avrebbero dovuto essere annunciate oggi. Ma nonostante la durezza delle parole, il rais appare teso e nervoso. I toni alti sembrano nascondere la paura.

I manifestanti sono giovani venduti

Parlando dei manifestanti dice di non avercela con i giovani, "perchè so che sono vittime di quelli che sono stati comprati appositamente per fomentare la rivolta". Ma comprati da chi? "Dai paesi esteri": spiega. Dunque la rivolta sarebbe nata a causa di un complotto internazionale.
E i rivoltosi, parole sue: "Ratti pagati dai servizi segreti stranieri".

Contro gli Usa: "Volete finire come l'Afganistan"?

E Gheddafi se la prende apertamente con gli Stati Uniti. "Volete finire come l'Afghanista"?: Chiede rivolto agli spettatori. "Volete che gli americani arrivino in Libia"?

"L'Italia sconfitta in Libia"

Ma cita anche l'Italia e la Gran Bretagna: "Abbiamo sfidato l’America con tutta la sua potenza, la Gran Bretagna. Abbiamo sfidato grandi nazioni nucleari e abbiamo vinto. Ora non possiamo abbassare la testa. Anche l’Italia, allora grande impero, fu sconfitta in Libia".


Le minacce: "Useremo la forza"

Il rais ha promesso di continuare a usare il pugno di ferro per sedare la rivolta: "Useremo la forza in conformità alle leggi internazionali e alle norme internazionali!: ha detto. "Domani, forse stanotte, otterremo la vottoria. Altrimenti useremo misure particolari".
 

Gas a rischio

Questa mattina i manifestanti hanno minacciato di fermare l'afflusso di gas verso l'Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia. La tv al Arabiya ha dato la notizia che il funzionamento dei terminali petroliferi libici è stato interrotto oggi sul Mediterraneo in seguito ai disordini in corso nel Paese nordafricano. Da Bruxelles hanno confermato la diminuzione dei flussi di gas verso L'Europa, anche se hanno escluso che potrà verificarsi un balck out. Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ha negato ogni problema: "allo stato non ci risultano sospensioni di forniture di gas".

Svuotato il gasdotto

Il gasdotto Greenstream, che porta il gas dalla Libia all’Italia, verrà progressivamente svuotato per metterlo in sicurezza. A quanto risulta a Quotidiano Energia, l’Eni ha preso questa decisione perché la gestione della conduttura risulta sempre più problematica a seguito dei disordini verificatisi nel Paese nordafricano.
Il blocco non compromette al momento la sicurezza energetica dell’Italia, visto che siamo ormai verso la fine della stagione invernale e il livello degli stoccaggi è rassicurante (alla data di ieri la giacenza ammontava a 3,8 miliardi mc).

Areoporto bloccato

Sempre questa mattina la pista dell'aeroporto di Bengasi è stata distrutta dai bombardamenti e gli aerei non possono decollare né atterrare. Difatti l'aereo C130 dell'Aeronautica Militare che partirà oggi per rimpatriare i primi 100 italiani residenti nella città di Bengasi non atterrerà nella città; il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dichiarato che arriverà in una località il cui nome resterà riservato per motivi di sicurezza.
 

Preoccupazione 

Forte preoccupazione anche tra i paesi arabi. L'Egitto intanto aumenta le guardie alle frontiera e i paesi della Lega Araba preoccupati, hanno convocato una riunione straordinaria, e anche l'Opec si è detta "pronta a intervenire se necessario".
 

Gheddafi ieri in tv: "Sono aTripoli"

Gheddafi non è fuggito in Venezuela, come si era annunciato ieri mattina. Ieri sera il leader libico è apparso in tv e ha detto di essere a Tripoli. La capitale è stata ieri nuovamente insanguinata. Aerei hanno sparato a volo radente sulla folla: si parla di 250 vittime.
L'Italia segue la vicenda con grande preoccupazione, visto che il nostro paese è il principale partner economico della Libia. Stasera è previsto un vertice con Berlusconi a Palazzo Chigi. Ieri il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha proposto un "gabinetto di crisi", formato da maggioranza e opposizione, dedicato alla crisi libica.
Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, stamattina sul Corriere della Sera si dichiara disponibile a questa ipotesi.
Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha detto che c'è un C130 dell'aeronautica militare pronto a partire per evacuare in caso di necessità i nostri connazionali a Tripoli.
L'Eni già ieri ha disposto il rientro dei suoi dipendenti. 
 

la situazione precipita

La situazione in Libia è ormai incontrollabile si fa di ora in ora più pericolosa.
Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, si è rivolto personalemte a Gheddafi per chiedere uno stop alle violenze. Analogo invito è stato indirizzato dall'Ue al leader libico.
L'Eni ha annunciato che riporterà a casa i dipendenti che lavorano nel paese. Dalla Farnesina il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi ha anche dichiarato che sono pronti i piani di evacuazione per i nostri connazionali, anche se non è stato dato ancora il via. Gli italiani residenti in Libia sono circa 1.500, e si inizia a temere per la loro incolumità. Questa mattina la folla di dimostranti, con l'appoggio dell'esercito, ha messo a ferro e fuoco la capitale Tripoli, dove il palazzo del governo, il Parlamento e altri edifici pubblici sono stati dati alle fiamme. Si hanno notizie anche di saccheggi a negozi e banche.

A Bengasi l'esercito si unisce ai manifestanti

Nonostante la dura repressione delle forze di sicurezza che hanno sparato sulla folla anche da elicotteri e con razzi, la protesta si allarga e a Bengasi anche militari si sarebbero uniti ai manifestanti, mentre al Cairo il rappresentante libico presso la Lega Araba si dimette per ''unirsi alla rivoluzione.
Voci insistenti e incontrollate parlano di un Gheddafi in fuga. Al Jazeera dice verso il Venezuela. Ma la notizia non trova conferme.
 

Il figlio "moderato" tenta di mediare

Nella serata di ieri arrivata la notizia di un imminente discorso del figlio "moderato" di Gheddafi, Seif al-Islam. Intanto il bilancio dei morti aumenta drammaticamente nel sesto giorno di proteste ininterrotte: oltre 285 vittime secondo un sito libico, 173 da per Human Right Watch. Almeno 50 a Bengasi nel solo pomeriggio di oggi secondo un medico locale. E la conferma che è ormai un bagno di sangue giunge anche con l'allarme lanciato dagli ospedali a Bengasi: mancano medici, sangue, attrezzature.
Nel continuo blackout dell'informazione sul terreno, con i giornalisti sempre al bando nel paese, mentre al Jazira segnala il segnale "disturbato" in tutto il Medio Oriente che fa temere un possibile tentativo di boicottaggio, secondo le informazioni che giungono frammentarie a Bengasi la situazione è fuori controllo: il rincorrersi di allarmi sulle cifre delle vittime e' il segnale di una repressione cruenta le cui dinamiche sono pero' difficili da decifrare.
 

A Bengasi la morte arriva anche dal cielo

Nei dintorni di Bengasi la morte è arrivata anche dal cielo già ieri pomeriggio, secondo quanto riferito all'Ansa da un testimone, quando elicotteri hanno sorvolato i centri di Aguria e Beda uccidendo a colpi di mitragliatrice molte persone, anche bambini. Un altro testimone ha detto ad al Jazira che a Bengasi sui manifestanti si sparano anche razzi controcarro Rpg, oltre a proiettili urticanti per disperdere la manifestazioni.
 

In azione anche mercenari

Difficile anche ricostruire la mappa delle azioni e chi vi prende parte oltre all'esercito, mentre già da ieri si parla del coinvolgimento di mercenari. Come nella città di Shahat dove, dice un manifestante ad al Jazira, i rivoltosi hanno catturato 30 mercenari africani, provenienti soprattutto dal Ciad e dalla Nigeria. Secondo la stessa testimonianza a Shahat si contano 50 morti e sarebbero un centinaio i mercenari dispiegati in periferia, che usano armi con proiettili veri.
Dalle autorità, i centri del potere o Gheddafi stesso, al sesto giorno di rivolta ancora nessuna parola: solo messaggi, anche questi non verificabili, come la segnalazione oggi, da parte di un alto esponente libico di un gruppo di "estremisti islamici" che avrebbe preso in ostaggio poliziotti e civili nell'est del paese.
 

Bengasi è in fiamme

E se Bengasi è in fiamme e il caos regna nella Cirenaica, il lembo orientale del paese centro di dissenso e opposizione da sempre spina nel fianco del colonnello,la rivolta sembra viaggiare veloce anche verso Tripoli a mille chilometri di distanza.
Nella capitale, sebbene a singhiozzo, si sono costantemente registrate manifestazioni pro Gheddafi, ma si sono uditi anche colpi d'arma da fuoco, hanno raccontato italiani rientrati oggi.
"Già venerdì sera - ha raccontato Renzo Pellizzari, di Udine, che per due mesi ha lavorato a Tripoli per una ditta ferroviaria governativa - abbiamo udito dall'albergo in cui alloggiavamo, poco distante dalla Piazza Verde, colpi d'arma da fuoco esplosi in strada e ben distinti dai fuochi d'artificio. La cosa si è poi ripetuta anche ieri in piena notte''.
 
 

A Zauia ci sono anche aziende italiane

A Zauia, a 50 chilometri da Tripoli, dove in precedenza la situazione era tranquilla ieri "C'é stata una manifestazione, sono stati lanciati lacrimogeni e sono stati sparati anche colpi di arma da fuoco. C'é tensione, e questa è una novità assoluta per questa città", ha detto all'Ansa un responsabile della Pascucci e Vannucci, azienda di Macerata Feltria (Pesaro) che sta costruendo a Zauia uno ospedale, il cui cantiere "è stato chiuso per motivi di sicurezza alle 15, con un paio d'ore d'anticipo rispetto all'orario solito. E domani, come ci ha consigliato il consolato italiano, abbiamo deciso di non lavorare".
 


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