di Tommaso Caldarelli
No, le pistole, per ora, non si sono viste – ovvero, in realtà, qualcuna si. Ma la strada che si rischia di imboccare, ci sentiamo di avvertire, è proprio quella.
Il 7 dicembre gli studenti in piazza contro la riforma Gelmini prendono d’assalto i primi autoblindi delle forze dell’ordine. Oggi (ieri per chi legge), una Roma militarizzata da Polizia, Guardia di Finanza ed Esercito si scontra con la rabbia incendiaria del corteo anti-Gelmini, anti-Governo ed anti-Berlusconi. Uno spiegamento di forze che rivaleggia in ampiezza e numero degli effettivi il livello di sicurezza che fu garantito al G8 di Genova del 2001. Anche li: sappiamo come andò a finire.
E domani? I presupposti per un’escalation ci sono tutti. Oggi (ovvero, ancora, ieri) Silvio Berlusconi è stato confermato in sella nei due rami del Parlamento: il governo ha la fiducia e va avanti. Di colpo, la fine dell’era berlusconiana appare più lontana di quanto non fosse ieri. E la generazione che è cresciuta a pane e cartoni animati sulle reti Mediaset per poi sentirsi dire che tutto quello che doveva fare era scegliere se votare pro o contro Berlusconi inizia a non starci più davvero. Nelle piazze, dobbiamo ricordarlo, accanto a chi ha potuto votare qualcosa d’altro che “Silvio Berlusconi – tutti gli altri” (chi scrive non è fra questi) a reggere i colorati “book bloc” sono sempre più le autentiche creature del ventennio berlusconiano. Figli di questi tempi: è la generazione dei nati dopo il 1990 che inizia ad essere abbastanza grande per bussare alla porta del presente e reclamare il proprio futuro. Ragazzi che sono cresciuti dovendosi far spiegare perchè c’era un tale, al governo, che aveva un “conflitto di interessi”; persone che si sono dovute chiedere perchè mai il loro governante si faceva le “leggi ad-personam” per non andare in galera; e i giovani elettori che si sentono delusi anche dalla sinistra che aveva promesso di salvarli, oggi si ribellano davanti alla fase terminale del Papi Silvio, l’era del bunga bunga di Stato.
La repressione militare non si è fatta atttendere: una gestione “criminale” dell’ordine pubblico l’ha definita Nichi Vendola, e ci pare che la frase calzasse, giorni fa come adesso. 40 sono i feriti che il 118 ha soccorso nel pomeriggio del 14 dicembre nel bel mezzo delle strade del centro della Capitale. Manganelli, fumogeni, cariche di autoblindo da una parte; spranghe, assalti alle banche, violenza, Mercedes date alle fiamme dall’altra parte del muro di fuoco. E mentre nelle assemblee universitarie, in seguito, si farà l’autocritica di rito, ed emergerà, accanto a chi giustifica l’azione politica violenta “perchè è la voce di un Popolo che finalmente pretende”, a tratti anche una dura condanna alle ali estreme che “finiscono per addossare la colpa delle violenze agli studenti” e che “si rendono responsabili di atti autenticamente criminosi” – come si vede, non c’è l’abitudine al pensiero unico da quelle parti; mentre le occupazioni smobiliteranno di gran fretta “per prudenza”, visto che gli elicotteri della Polizia rombano sopra le aule aperte fino a tardi, noi non possiamo fare a meno di notare come l’intera vicenda sia il culmine e il punto di non ritorno del tunnel senza uscita che da vent’anni opprime questo paese.
Se tutto quello che questo governo ha da offrire ad una generazione che chiede ai suoi governanti di cambiare pagina e pensare al futuro, sono repressione militare e sghignazzi di Stato perchè l’ennesima “manovra di palazzo” (sul punto, probabilmente lo era) è stata respinta, e solo una condanna unanime degli studenti e una solidarietà altrettanto unanime solo alle forze dell’ordine, non ci vorrà molto perchè la frustrazione ed il senso di abbattimento di chi non riesce a vincere nessuna battaglia, neanche quella per il proprio futuro, sfoci in qualcosa di ben peggiore dei cassonetti in fiamme a via del Babuino. Qualcuno, a quel punto, dovrà prendersene la responsabilità davanti alla Storia: e dire che ci siamo anche già passati. Università occupate, repressione militare, subito prima del terrorismo armato: erano gli anni di piombo. Era il 1977. E siamo ancora in tempo per evitarlo.
http://www.giornalettismo.com/
Il 7 dicembre gli studenti in piazza contro la riforma Gelmini prendono d’assalto i primi autoblindi delle forze dell’ordine. Oggi (ieri per chi legge), una Roma militarizzata da Polizia, Guardia di Finanza ed Esercito si scontra con la rabbia incendiaria del corteo anti-Gelmini, anti-Governo ed anti-Berlusconi. Uno spiegamento di forze che rivaleggia in ampiezza e numero degli effettivi il livello di sicurezza che fu garantito al G8 di Genova del 2001. Anche li: sappiamo come andò a finire.
E domani? I presupposti per un’escalation ci sono tutti. Oggi (ovvero, ancora, ieri) Silvio Berlusconi è stato confermato in sella nei due rami del Parlamento: il governo ha la fiducia e va avanti. Di colpo, la fine dell’era berlusconiana appare più lontana di quanto non fosse ieri. E la generazione che è cresciuta a pane e cartoni animati sulle reti Mediaset per poi sentirsi dire che tutto quello che doveva fare era scegliere se votare pro o contro Berlusconi inizia a non starci più davvero. Nelle piazze, dobbiamo ricordarlo, accanto a chi ha potuto votare qualcosa d’altro che “Silvio Berlusconi – tutti gli altri” (chi scrive non è fra questi) a reggere i colorati “book bloc” sono sempre più le autentiche creature del ventennio berlusconiano. Figli di questi tempi: è la generazione dei nati dopo il 1990 che inizia ad essere abbastanza grande per bussare alla porta del presente e reclamare il proprio futuro. Ragazzi che sono cresciuti dovendosi far spiegare perchè c’era un tale, al governo, che aveva un “conflitto di interessi”; persone che si sono dovute chiedere perchè mai il loro governante si faceva le “leggi ad-personam” per non andare in galera; e i giovani elettori che si sentono delusi anche dalla sinistra che aveva promesso di salvarli, oggi si ribellano davanti alla fase terminale del Papi Silvio, l’era del bunga bunga di Stato.
La repressione militare non si è fatta atttendere: una gestione “criminale” dell’ordine pubblico l’ha definita Nichi Vendola, e ci pare che la frase calzasse, giorni fa come adesso. 40 sono i feriti che il 118 ha soccorso nel pomeriggio del 14 dicembre nel bel mezzo delle strade del centro della Capitale. Manganelli, fumogeni, cariche di autoblindo da una parte; spranghe, assalti alle banche, violenza, Mercedes date alle fiamme dall’altra parte del muro di fuoco. E mentre nelle assemblee universitarie, in seguito, si farà l’autocritica di rito, ed emergerà, accanto a chi giustifica l’azione politica violenta “perchè è la voce di un Popolo che finalmente pretende”, a tratti anche una dura condanna alle ali estreme che “finiscono per addossare la colpa delle violenze agli studenti” e che “si rendono responsabili di atti autenticamente criminosi” – come si vede, non c’è l’abitudine al pensiero unico da quelle parti; mentre le occupazioni smobiliteranno di gran fretta “per prudenza”, visto che gli elicotteri della Polizia rombano sopra le aule aperte fino a tardi, noi non possiamo fare a meno di notare come l’intera vicenda sia il culmine e il punto di non ritorno del tunnel senza uscita che da vent’anni opprime questo paese.
Se tutto quello che questo governo ha da offrire ad una generazione che chiede ai suoi governanti di cambiare pagina e pensare al futuro, sono repressione militare e sghignazzi di Stato perchè l’ennesima “manovra di palazzo” (sul punto, probabilmente lo era) è stata respinta, e solo una condanna unanime degli studenti e una solidarietà altrettanto unanime solo alle forze dell’ordine, non ci vorrà molto perchè la frustrazione ed il senso di abbattimento di chi non riesce a vincere nessuna battaglia, neanche quella per il proprio futuro, sfoci in qualcosa di ben peggiore dei cassonetti in fiamme a via del Babuino. Qualcuno, a quel punto, dovrà prendersene la responsabilità davanti alla Storia: e dire che ci siamo anche già passati. Università occupate, repressione militare, subito prima del terrorismo armato: erano gli anni di piombo. Era il 1977. E siamo ancora in tempo per evitarlo.
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