giovedì 13 gennaio 2011

‘Libero’, nel mirino l’omosessualità

Sulla prima pagina del quotidiano ‘Libero’ di ieri è stato pubblicato un articolo così intitolato: “All’università insegnano a fare gli omosessuali”. Il servizio faceva parte di un resoconto in merito alla notizia di un laboratorio all’Università Statale di Milano sull’omosessualità in quanto “mondo nel mondo”.
“Il laboratorio – secondo gli ideatori – nasce per creare uno spazio di discussione dedicato alle tematiche omosessuali. L’omosessualità viene infatti affrontata in svariati corsi universitari. Tuttavia, dalla trattazione emerge una mancanza di approfondimento per la quale, generalmente, si parla di omosessualità all’interno di un discorso più ampio sulle minoranze. Questa impostazione non è scorretta, ma rischia di privare le questioni legate all’omosessualità della loro specificità. Tali questioni, ad esempio, sono diverse da quelle legate alla discriminazione femminile o su base religiosa. Per questo motivo è nato il laboratorio di autoformazione”.
Il giornalista Francesco Specchia, con un linguaggio da bar che lascerebbe intendere la sua omofobia, ha così iniziato l’articolo: “Alta froceria. Chissà se, tra una lezione e l’altra, risuoneranno i Village People; se verrà recitato ‘La lingua perduta della gru’ del finissimo David Leavitt; se saranno proiettate le puntate dei Simpson in cui il religiosissimo Nell Flanders scopre che il figlio è una checca o quella in cui Jerry Rude ospita delle gladiatrici lesbiche nel suo talk show. Chissà quale sarà il programma del laboratorio ‘Omosessualità un mondo nel mondo’ all’Università Statale. Perchè di questo si tratta: a Milano, presso la facoltà di Scienze Politiche partirà ‘un corso facoltativo della durata di undici lezioni di due ore ciascuna, e gli studenti che lo frequenteranno guadagneranno tre crediti formativi’”.
Specchia ha poi proseguito: “Tre crediti, occhio. Per studiare e produrre elaborati su – tra gli altri- : ‘La Queer Theory e i generi’, tema già presente in alcuni seminari di Antropologia culturale; sui diritti civili degli omosex, peraltro già studiati a Giurisprudenza (che sono -sorpresa! – esattamente come quelli degli etero, ex art. 3 della Costituzione); sul ‘rapporto tra omosessualità e politica’, come se non sapessimo che erano più i presidenti del Consiglio gay italiani che i moschettieri di Dumas (ma siamo sicuri che i diretti interessati volessero davvero fare outing?). Questo per dire che un corso del genere non attiene alla sfera del pregiudizio, ma a quella dell’inutilità”.
E ancora: “Poi ci lamentiamo con la Gelmini delle facoltà superflue e dei corsi che rasentano il surreale. Il sospetto – lo diciamo da sostenitori di ogni minoranza – è che la suddetta ‘scuola di gay’ sia solo una provocazione mediatica. L’orgoglio gay ostentato è ormai di moda come i pantaloni a zampa d’elefante. Da Cecchi Paone a Vladimir Luxuria, da Platinette a Malgioglio, dal primo dei politici all’ultimo degli addetti alle luci in televisione, i cosiddetti coming out sono talmente all’ordine del giorno che perfino amici come Daniele Scalise e Alessandro Golinelli, gay dichiarati e dalla lucidità di pensiero fuori dal comune, ne condannano l’abuso”.
Il giornalista di Libero evidentemente finge di non sapere che le cose non stanno affatto come lui sostiene. Affermare che l’omofobia sia inesistente vuol dire mentire spudoratamente: senza voler toccare il tema delle coppie gay, che come è noto non hanno il diritto di contrarre un “matrimonio” civile, basterebbe ricordare le decine di aggressioni che gli omosessuali hanno subito negli ultimi mesi in tutta Italia al grido di “gay di merda” per accorgersi che la teoria e la pratica sono ben differenti. Ha ragione Francesco Specchia quando afferma che gli omosessuali sono persone assolutamente normali (teoria). Dimentica di dire, però, che non è da persone normali che (in pratica) troppo spesso vengono trattati.
E a confermarlo non è il bollettino dell’Arcigay, ma il ministero delle Pari opportunità, che sul suo sito ha ritenuto di dover pubblicare questo articolo: “Capita ancora troppo spesso – si legge – che gli omosessuali vengano giudicati non in quanto persone capaci come altre di aiutare e di amare il prossimo, ma in base a un aspetto privato: il loro orientamento sessuale. Vittima di questa superficialità discriminatoria non è solo l’omosessuale, è la società intera. Siamo tutti noi. Perché siamo costretti ad assistere ad aggressioni e molestie contro innocenti, gesti che consideriamo estranei alla vita civile. Dietro questa violenza c’è una parola triste e carica di odio: omofobia. L’omofobia è l’avversione immotivata e irrazionale alle persone omosessuali”.
A questo punto chiediamo a Specchia e al suo giornale: per quale motivo discutere apertamente dell’omosessualità in un’università pubblica sarebbe uno spreco di denaro? Non è forse quello il luogo dedicato alla cultura, alla formazione intellettuale dei giovani? O forse preferisce ancora dire che il problema dell’omofobia è inesistente e che le aggressioni, al grido di “gay di merda”, erano solo delle invenzioni della stampa di sinistra?
Davide Falcioni

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