Azad Hassan Rasol è un gay iracheno di 33 anni
(nella foto) che vive ad Oslo con il proprio compagno dopo aver
abbandonato l’Iraq, un Paese che viene considerato dalle principali
organizzazioni per i diritti umani come uno dei luoghi in cui gay e
lesbiche subiscono le più terribili forme di persecuzione e in molti
casi vengono anche uccisi barbaramente. Ma ora Azad sarà costretto a far
ritorno in patria. Lo scorso 29 dicembre l’Alta Corte di Oslo ha respinto la sua domanda di asilo politico con la motivazione che Azad è curdo e nel nord dell’Iraq (il Kurdistan iracheno) gli omosessuali non rischiano la vita come nel resto del Paese. La corte, secondo quanto racc0nta l’associazione EveryOne Group, avrebbe dunque invitato Azad a non dichiarare il suo orientamento sessuale in pubblico
in modo da evitare persecuzioni. “Il mio clan mi ucciderà – ha
detto Rasol in un’intervista alla Norwegian Broadcasting Corporation
(NRK) – in Iraq i gay e le lesbiche non possono vivere
apertamente”. Arrivato in Norvegia dieci anni fa, Raso è perfettamente
integrato e dal 2006 vive con suo compagno Arne Henriksen che ora si è
messo in testa di accompagnarlo in Iraq: “Se lo rimpatriano – ha
detto Henriksen – io lo seguirò. Nella mia famiglia siamo testardi e non
ci arrendiamo facilmente”. La coppia ha ora deciso di appellarsi alla
Corte Suprema norvegese.
“La Norvegia – denunciano Roberto Malini, Matteo Pegoraro and Dario Piccciau, co-presidenti di EveryOne Group – ha un passato di tutto rispetto sui diritti umani ma da alcuni anni la nazione scandinava commette violazioni nei confronti delle persone LGBT
che cercano asilo politico dopo essere fuggite da luoghi dove gay e
lesbiche vengono perseguitati e spesso uccisi”. Dal 2010 ad oggi tra i
40 e i 52 omosessuali si sono visti costretti a tornare in patria con
la forza.
Il governo norvegese e i giudici giustificano i rimpatri dicendo che se una persona gay agisce con discrezione i rischi di persecuzione svaniscono. Ma questo, secondo EveryOne Group,
non è vero. In Iraq, per esempio, l’omosessualità è stata
decriminalizzata ma gli omosessuali vengono comunque arrestati in
accordo con le leggi islamiche, magari perché denunciati da un vicino o
da un parente. L’organizzazione Iraqi LGBT ha documentato casi di
tortura e anche omicidio commessi sia nelle comunità curde che in quelle
sunnite. “Almeno 600 omosessuali sono stati attaccati e uccisi dal 2003 ad oggi in Iraq – denuncia EveryOne
– e spesso dopo torture crudeli come la pratica che prevede di inserire
nell’ano della persona gay una potente colla per sigillarlo, dopodiché
all’uomo viene somministrato un lassativo in modo da ottenere una morte
molto dolorosa. Per le organizzazioni dei diritti delle persone LGBT
l’Iraq è al momento uno dei posti dove la persecuzione degli omosessuali
è più diffusa e brutale”.
EveryOne Group ha quindi lanciato un appello al Re Harald V
perché inviti il governo norvegese a tornare sulla sua decisione e a
onorare la Convezione di Ginevra sui Rifugiati garantendo ad Azad Hassan
Rasol l’asilo politico di cui necessita. All’appello hanno aderito, tra
gli altri, Amnesty International France, Iraqi LGBT, la Fondazione
Massimo Consoli, il Sindacato Europeo dei Lavoratori, GaiaItalia.com,
Cinemagay.it, Alba Montori, Gaynews.it, Gayroma, la Rete Evengelica Fede
e Omosessualità, l’Associazione Sharazade, l’Associazione Radicale
Certi Diritti.

0 commenti:
Posta un commento