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giovedì 29 dicembre 2011

Chiude Liberazione, è compatibile con una democrazia l’assottigliarsi delle voci critiche?


Domani sarà in edicola l’ultimo numero di “Liberazione” il quotidiano di Rifondazione comunista. Potrebbe essere il primo di una lunga serie di decessi nella carta stampata protetta dal finanziamento pubblico. Comunque la si pensi, è una cattiva notizia. Spariscono voci antiche e che hanno segnato la storia della politica italiana accomunate nel destino finale a giornali inesistenti spesso persino mai proposti in edicola. Ciascuno di questi giornali ha alle spalle anche di errori editoriali ma nell’insieme rappresentano aree culturali spesso di grande interesse.
“Liberazione” ha una storia relativamente recente e ha avuto due direttori ingombranti come Sandro Curzi e Piero Sansonetti. Quest’ultimo ieri ha scritto sul suo ex giornale, da cui è stato cacciato, un articolo sincero e affettuoso di solidarietà a cui oggi un dirigente di Rifondazione risponde aggressivamente addossandogli tutte le colpe del fallimento editoriale. La caccia all’eretico in questi settori tradizionalisti, direi lefebreviani, della sinistra prevale persino sulla necessità di stringere alleanze nel momento del pericolo. Tuttavia le cattive abitudini dei rifondatori non dovrebbero far venir meno l’obbligo di spingere il governo a presentare nuove misure per l’editoria che disboscando un sistema inaccettabile possano consentire a giornali veri, e “Liberazione” lo è, di restare in vita.
Conosco l’obiezione. La legge del mercato, di quello editoriale in questo caso, impone che imprese che non riescano ad imporsi debbano morire. Non è vero, infatti, che non ci siano lettori per la carta stampata. Il successo del “Fatto” dimostra che un giornale ben costruito e che soprattutto sappia individuare il suo pubblico riesce a rompere l’egemonia dei grandi gruppi editoriali. Discorso ineccepibile. Non sempre, tuttavia, le legge dei numeri è una legge aurea. Vi sono infatti piccole minoranze politiche e culturali che hanno diritto di esistere e di vivere. Spesso si tratta di testate di sinistra, altre volte di giornali di destra. Ma se pensiamo alla sinistra è indubitabile che il suo volto sarebbe diverso se sparissero due giornali, diversamente carichi di storia, come “l’Unità” o “il Manifesto”. Il tema che è di fronte a noi, anche a coloro che si sentono lontani da queste storie e da queste tradizioni, è se è compatibile con una buona democrazia l’assottigliarsi delle sue voci critiche.
Questa vicenda dei giornali che rischiano di scomparire ci riguarda come cittadini, anche se non come lettori. Credo di non aver mai comprato una copia di “Liberazione”, anche quando la dirigevano i miei amici Curzi e Sansonetti, ma mi sentivo più tranquillo perché quella voce c’era in edicola come ho sempre pensato del “Manifesto”, giornale con cui ho avuto la stessa scarsa dimestichezza. L’idea che l’informazione scritta possano farla solo i grandi gruppi editoriali mi atterrisce. E lo dice uno che da quando ha cominciato a smanettare compulsivamente sul computer, a districarsi nei gruppi informali (leggo avidamente un sito divertente fondato da Claudio Velardi formato da vecchi iscritti al Pci) e a misurarsi con l’informazione on line, grazie soprattutto a “Linkiesta”, non sente più nostalgia per la carta stampata.
http://www.linkiesta.it/

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